Le forme della roccia – Mario Nebiolo
Questa settimana ospito con piacere le parole di Mario Nebiolo, artista nato a Rivoli ma savonese d’adozione. Parole vive, che profumano di roccia.
Ci puoi raccontare la tua formazione artistica?
Un percorso normale iniziato da molto giovane, non liceo artistico e accademia, ho avuto un maestro, il pittore savonese Carlo Bossi che non c’è più da parecchi anni. Un figurativo iniziato dal vero (come non si usa più) poi un’evoluzione discreta e non molto palese di pittura e scultura rivolta a dare forma alle mie immagini interiori (normale anche questo, dicono così quasi tutti i pittori…)
Quando hai avuto per la prima volta l’idea di dipingere sulle rocce?
La ‘pittura acrobatica’ su pareti di cava o anche su ‘roccia di città’ ingabbiata dal cemento, l’ho iniziata, credo, nel 1999 a Finale Ligure, attratto dai volumi e dalla matericità della superficie, sono partito da figure più piccole : le ultime a Toirano sono alte più di trenta metri.
Ci parli del tuo rapporto con la montagna?
Arrampicatore (moderato) da più di venti anni. La roccia mi piace toccarla, girare le dita sugli appigli per sentirne la forma ed usarla per salire. Questo in sintesi è la scalata per me. La montagna è qualcosa che va molto al di là della scalata e non si lascia banalizzare da nulla, neanche dagli impianti sciistici o dall’alpinismo sportivo.
Mauro Corona in un suo libro scrive “La natura pareva ferma ma, prestando attenzione, tutto si muoveva, si faceva notare, brulicava, occhieggiava, sussurava.” Cosa ti racconta la roccia?
Nella roccia ci sono delle forme, ogni parete ha le sue. Io scelgo le cave perché c’è già pesante l’opera dell’uomo (io non posso fare altri danni con un po’ di colore e mi salvo dai sensi di colpa). Dalle forme nascono le storie o sono le storie dei posti che evocano le forme? Non saprei dire. Forse qualcosa in comune con Mauro Corona ce l’ho.
Puoi descriverci la scintilla creativa nella tua arte? Come avviene l’incontro con l’ispirazione per te?
Non saprei dire, intanto foglio di carta o parete di cinquanta metri, la scintilla non cambia. E’ un’idea che salta fuori, evidentemente non per caso , come tutte le idee, e poi si pianta lì nel centro e fa da diga alla maggior parte degli altri pensieri (purtroppo per mia moglie…)
Scalata e pittura si compenetrano e si esaltano a vicenda. La roccia, come tu dici, non è più solo superficie.
E’ sempre la questione della forma, la forma degli appigli fa nascere i movimenti , e quindi la scalata, le forme che appaiono guardando la roccia fanno nascere delle figure che a volte sono così evidenti e prepotenti che non si può fare a meno di andare a segnarle con il colore. Una pura superficie non genera così facilmente immagini e per giunta tridimensionali.
Da pittura acrobatica a live performance molto suggestiva, dove al centro si pone l’uomo e la natura, realtà e fantasia.
Mi sembra che a volte bisogna dare più sviluppo a un’idea, completarla, renderla più comprensibile, insomma finire di raccontare la storia. Siamo in tre: ‘associazione cavatori’: io, Glauco e Luigi, da un po’ di anni ci siamo presi, per così dire, la cava di Toirano ed organizziamo spettacoli. Le storie di questo teatro non ben definibile, con attori di vario genere (ha recitato con i suoi movimenti di scalata anche il nostro amico Manolo), si rifanno sempre a persone e fatti concreti, ma poi finiscono per scivolare in territori un po’ oscuri e vagamente astratti, in accordo probabilmente a certi aspetti del mio carattere.
Pittura di memoria, nostal
gia e sogno, è stata spesso definita la tua arte… io aggiungerei anche evocativa… cosa ne pensi?
Evocare, in un certo senso, vuol dire fare emergere cose dimenticate, o nascoste alla vista dei più o misteriosamente invisibili anche se davanti agli occhi di tutti. Vale per le forme della roccia, evocatrici come le forme dei legni sulla spiaggia o delle nuvole…Le forme nascono appunto dalla memoria, dalla nostalgia e dal sogno, a volte abbiamo l’avventura di riconoscerle.
Ci parli della tua ricerca sull’ uomo “che fa e distrugge, sull’uomo che lotta, modifica ed è a sua volta riplasmato di continuo dalle sue stesse azioni nel mondo, sull’uomo che attacca e manipola la roccia”?
Quando mi sono avventurato per i terrazzini, le scalette e i tunnel nel cemento del muraglione di Genova, che tiene insieme brandelli di roccia friabile, ho pensato a tutto il lavoro macinato dal genere umano, e come quel lavoro ha cambiato le cose e le cose a loro volta hanno cambiato l’uomo, e così via…La roccia è il più inerte degli elementi, eppure, corrosa, tritata, ingabbiata, è campo d’azione dell’uomo, e quindi diventa tessuto vivo della sua storia. Pensiamo ai trafori, alle dighe, alle frane, ai disastri, all’energia, alle rapide vie di comunicazione…
L’ostacolo fisico, la fatica, il lavoro dietro ad ogni pennellata sospeso nel vuoto… sudore, lacrime, sangue, che si riflettono anche sui soggetti che scegli, legati a quelle pareti. Persone che hanno vissuto quelle pietre, che le hanno dentro. Amanti della montagna, operai, contadini: uomini che come scrivi tu, per il Muraglione di Genova “ancora nel muro di roccia vivono prigionieri, bloccati lì dal ricordo di tutti i genovesi”.
Io ci vado a giocare in mezzo ai massi sospesi nella cava, e quando ne ho abbastanza me ne torno a casa. Qualcuno prima di me si ci è rotto le ossa, perché un padrone potesse far soldi con i suoi rivestimenti di pietra o la sua ghiaia, oppure altri anno rischiato la vita per ingabbiare una frana,come sul muraglione di Genova. A volte la cava mi sembra più sacra di un tempio, richiede rispetto, come la montagna.
Lunedì nuova intervista – Mario Nebiolo
Lunedì prossimo intervista con l’artista Mario Nebiolo. Riparte RCB, dopo la lunga – e meritata – pausa estiva.







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